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Verso la metà degli anni '80 ero già appassionato di Star Trek.Ieri sono stato con gli amici in una pizzeria dove non andavo da 13 anni.
Moltissime cose da allora sono cambiate, ma molte altre purtroppo o per fortuna sono rimaste le stesse.
Quella volta di 13 anni fa me la ricordo benissimo. Era la cena di classe dopo gli esami di maturità, l'ultimo incontro con una compagnia che senza dubbio è un bene perderla piuttosto che trovarla, nella quale in 5 anni non avevo fatto un solo amico, e sì che io non sono certo caratterialmente riluttante a fare amicizia (al tempo avevo così poca conoscenza di me stesso e così poco coraggio delle mie idee, che mi chiedevo se per caso non fosse colpa mia la mancanza di rapporto con loro).
Era il tipo di gente che nei compagni vedeva solo dei rivali nel raggiungimento del voto più alto. Anche il fatto che da allora non abbiamo più fatto cene la dice lunga (ad eccezione di una sola occasione 7 anni dopo in condizioni abbastanza particolari e che non si è più ripetuta).
Mi ricordo, dicevo, la serata. Alcune ragazze completamente ubriache, con un paio di persone che ne approfittavano per farsi una pomiciatina con chi in condizioni normali non glie l'avrebbe concesso. I soliti 3 o 4 che sembravano incazzati anche la sera a cena dopo aver preso un bel voto agli esami e con un'intera estate di cazzeggio in vista. La pizza che abbiamo aspettato per circa 3 ore, con il cameriere che alle nostre lamentele rispondeva che aveva controllato e constatato che le nostre pizze erano in forno, e che ce lo ha ripetuto per un paio di ore buone (e nonostante ciò non arrivarono per nulla carbonizzate, il che mi fa venire il leggerissimo sospetto che le sue affermazioni rispondessero a verità solo negli ultimi 5 minuti).
Da allora, per questo motivo non ci ero più andato, e tutte le volte che gli amici lo avevano proposto mi ero fermamente opposto all'idea, spuntandola fino a ieri sera.
Il locale è esattamente identico. Stesso arredamento rustico alla toscana, senza nessuna ristrutturazione, di cui peraltro in effetti non c'è bisogno, perché il posto è bello. Le pizze bassissime (in questi anni di Perugia mi sono abituato a quella napoletana) ma supercondite e buone tutto sommato. C'era anche lo stesso cameriere falso come Giuda, solo un pochino invecchiato e parecchio ingrassato.
Insomma, sembrava che invece di 13 anni fosse passato un giorno. Una sensazione di deja-vù enorme.
Ma se poi penso a tutte le cose che sono successe in questi anni, alla piega diversissima che ha preso la mia vita (anche se non in tutto), un po' per forza di cose, perché al tempo ero solo un ragazzino, e un po' per scelte, e un altro po' ancora per pura causalità, a pensarci fa una sensazione ancora più pesante. In tutti i sensi. In parte in maniera estremamente positiva. In altre tutto il contrario, per vari motivi.
Uno ad esempio è dovuto al fatto che in realtà quella pizza l'ho mangiata anche molte altre volte dopo, perché quello era anche il locale in cui mio nonno andava sempre a prenderla quando mangiavamo da lui e mia nonna. Non che a prima vista sembri una cosa difficile da fare, ma non è da tutti a 80 anni saltare in macchina come fosse la cosa più normale del mondo, andare e tornare, e salire le scale di corsa con 6 pizze in mano. Ci sono alcune persone che non invecchiano, o almeno non più di tanto, e che muoiono giovani, pur senza esserlo anagraficamente.
Comunque per la cronaca, ieri sera le pizze sono arrivate quasi subito.
Almeno in questo è cambiata :))
.
Il TG5 poco fa ha detto che Cortona è in Umbria.
E poi dice che non le sparano a caso.

Riguardo a questo, non ho mai avuto dubbi.
Absinth ha fatto un bel post sulla stupidità approssimatività media dei giornalisti televisivi che si occupano del caso di Brescia (e anche di tutto il resto). E io non posso che essere d'accordo con lei.
Questo fatto invece può apparire tenero, ma secondo me è una presa per il culo beffa del destino notevole: ma non poteva capitargli 50 anni fa? No eh?! A 89 anni dovevano vincere 6 milioni di euro alla lotteria! 
Casini dichiara: "il carisma del leader non basta più, ci vogliono più coraggio e meno spot e manifesti elettorali". Oh ecco, ci son voluti 4 anni ma alla fine qualcuno è riuscito a dire questo semplice seeeeeeemplice concetto. Ed è stato il divoratore di ragù Casini a farlo. Bravo!
E chi voto?
Boh, di certo so che non voterò quel
demotivato di un Berlusconi.
Riporto alcuni spezzoni delle dichiarazioni a Repubblica da parte di George Clooney, che commenta il film che ha appena girato come regista e attore. La pellicola racconta le inchieste sul senatore McCarthy da parte dello storico giornalista Murrow.
“Il grande giornalismo televisivo? Un caro estinto” (Clooney)
Per quanto riguarda il film vi rimando all’articolo.
E' stata lanciata dalla base di Cape Canaveral la sonda Mars Reconnaissance Orbiter. Il suo compito sarà di orbitare nei prossimi anni attorno al pianeta rosso per esplorarne la superficie mediante strumentazione d'avanguardia, e a fare da ponte radio tra i robot marziani (ne verranno lanciati di nuovi in futuro). Essa ha una capacità di trasmissione dei dati 10 volte superiore a quella dei tre attuali satelliti marziani messi insieme: le due americane Mars Global Surveyor e Mars Odyssey, e la sonda europea Mars Express.



La musica di Bach in sottofondo.
Una catena montuosa con molti ghiacciai sullo sfondo. Una pianura verdissima al centro. Un mare blu scuro all’angolo sinistro della schermo. Il commentatore che con voce morbida parla in inglese.
Il mondo scorre bellissimo sotto la chiglia dello shuttle.
Potrebbe essere qualsiasi parte del mondo. Eppure, quello scorcio sembra avere qualcosa di familiare. Il contorno di un piccolo lago ricorda qualcosa. O forse è solo la magia delle immagini e della musica che crea questa sensazione. Un altro lago compare in un angolo dello schermo. E questo non può dare adito a nessun dubbio. E’ il lago di Garda.
La pianura verde è la pianura padana, e il fiume che scorre al centro fra mille curve sinuose è il Po. Il commentatore svela il luogo un attimo dopo che tutti noi spettatori italiani l’abbiamo riconosciuto: “Il nord Italia, con la pianura e il fiume Po, il più lungo del paese. Nell’angolo a sinistra la città di Cristoforo Colombo, Genova”.
Lo shuttle si muove a 26000 km/h. In pochi secondi siamo quasi agli appennini. Anche se lo speaker non lo dice, non è difficile riconoscere, in quella macchiolina rossa, i tetti di Bologna.
Scende ancora lungo il centro Italia. Si vede l’Arno. Il commentatore lo definisce come il fiume che bagna la città di Firenze. C’è un altro lago: è il Trasimeno. Nella piccola macchia biancastra ed irregolare alla sua destra vicina al Tevere riconosco, senza ombra di dubbio, Perugia.
Continua così a scendere, fino al golfo di Taranto, e poi alle isole greche. Creta appare in mezzo al mare, per ultima.
Seguono alcune immagini degli astronauti in attività extraveicolare fuori dalla navicella. Appariranno più avanti nuove riprese verso Terra, questa volta delle isole Galapagos, al largo dell’Equador.
Queste immagini sono proiettate al cinema interno del Kennedy Space Center di Cape Canaveral, il poligono di lancio degli Shuttle. Da qui partirono anche le missioni che portarono l’uomo sulla Luna.
Dopo la proiezione usciamo fuori sul Rocket Garden, il giardino dei razzi, dove sono presenti tutti i vettori costruiti dalla NASA dagli albori dell’astronautica negli anni ‘50. Poco più avanti c’è la stazione dei pullman della NASA, quelli che portano vicino al poligono di lancio vero e proprio. Attraverso stradine circondate da acquitrini in cui nuotano anche gli alligatori (alcuni di noi, compreso mio padre, li hanno pure visti), passiamo per un piccolo passaggio a livello. La ferrovia ad un solo binario che passa di qui è collegata al resto della rete ferroviaria americana. Da questo binario passano i treni che portano i due razzi lanciatori bianchi laterali, costruiti nello Utah e portati qui a pezzi.
Si vede in lontananza il VAB, che non è un palazzo di venti piani, ma un vero e proprio capannone: dal piano terra al tetto c’è il vuoto. Per evitare che al suo interno si formino le nuvole ci sono degli appositi ventilatori. E’ tanto alto da ospitare i razzi delle missioni Apollo, che venivano assemblati qui. Al suo interno viene anche montato lo shuttle insieme al serbatoio e ai due razzi lanciatori laterali. Poi, un enorme trattore che raggiunge la velocità massima di un miglio all’ora, comincia il suo viaggio con lo shuttle posizionato sopra, in direzione delle rampe di lancio, distanti svariati km (la foto che vedete qui è presa da internet, le altre sono scattate da me). Potete vedere la strada che percorre (due strade parallele in realtà, una per i cingoli di sinistra e una per quelli di destra). La foto seguente è presa nel punto esatto in cui c’è il bivio per le due rispettive rampe di lancio. Pochi giorni prima di questa foto, il trattore con lo shuttle sul groppone ha girato a sinistra, per andare a posizionarsi su quella più a nord. La navicella in verticale sulla rampa si vede in lontananza al centro della questa foto. La mattina dopo verrà lanciata. Ci rendiamo conto che è praticamente sulla spiaggia dell’oceano, che ci dicono essere rigorosamente off-limits e sorvegliata da squadre di poliziotti. Le due sfere bianche che si vedono a debita distanza a destra e a sinistra della rampa sono i serbatoi in cui sono tenuti idrogeno e ossigeno liquido rispettivamente. La giornata si conclude con la visita al razzo Saturno 5, che ha portato l'uomo sulla luna.
Il giorno dopo sveglia alle 4.30, e di nuovo partenza per Cape Canaveral. L’alzataccia è stata provvidenziale: la fila di macchine della gente venuta ad assistere al lancio è lunghissima. Si vedono targhe di molti stati diversi: Carolina, Virginia, New York, ciascuna con il motto dello stato stampigliato sotto. C’è anche una targa del Quebec, con scritto “je me souviens”: “mi ricordo”. Vediamo pure un attempato “giovane” signore di colore con una spider con la targa con scritto “Loose”; immagino che significhi qualcosa del tipo “cane sciolto”, o giù di lì.
Dopo oltre due ore di fila raggiungiamo i cancelli della base, ed avendo il pass entriamo lasciandoci la fila alle spalle. La base è comunque affollata. Il posto dove ci posizioniamo oggi purtroppo è decisamente più lontano di quello del giorno precedente. Entro un certo raggio dalla rampa l’area è chiusa. Il lancio è circa tre ore dopo.
Il tempo per ricevere alcune nozioni dagli accompagnatori: lo shuttle, con tutto il serbatoio e i lanciatori, pesa circa 3.500 tonnellate, vale a dire più di 10 jumbo jet. La spinta prodotta dal carburante che brucia è di pochissimo superiore. Ma è sufficiente a staccarlo lentamente da terra. Successivamente, mano a mano che il carburante brucia, il peso di tutto il sistema diminuisce gradualmente, mentre la forza dei motori rimane la stessa, permettendo così una accelerazione molto maggiore. La velocità finale come già detto è di circa 26000 km/h, ad una quota di poche centinaia di chilometri da terra.
Per fuggire al caldo ci rifugiamo dentro una specie di tendone in cui una rappresentante della NASA sta spiegando alcuni dettagli della missione. In risposta alla domanda di una ragazzo che chiede chi ha costruito il carico che verrà lanciato nello spazio, svela che il contenuto della stiva della navetta è praticamente tutto italiano: si tratta dei moduli Leonardo e Donatello, costruiti dalla Alenia Spazio per conto dell’agenzia spaziale italiana. Entrambi servono per la stazione spaziale orbitante.
Il lancio c’è alle 10.39, le 16.39 in Italia. Aspettiamo trepidanti. Non ci sono display con il conto alla rovescia nel punto in cui siamo noi, quindi non ci rendiamo conto bene di quando avverrà il lancio.
Improvvisamente, in lontananza si vede una scia di fuoco che comincia a salire lentamente verso il cielo. Inizialmente è piccola, poi sempre più grande, ed è seguita da una scia di fumo imponente. La gente urla. Ma del rumore del decollo per i primi 10 secondi o forse più non si sente assolutamente nulla: il suono non ha ancora coperto la distanza fra la rampa e noi. La nave sale sempre più velocemente, e quando è ad alcune centinaia di metri dal suolo arriva finalmente il boato, molto forte, che per quanto mi riguarda è stata la cosa più bella. Purtroppo la macchina fotografica ad un certo punto mi si è bloccata e non ho potuto prendere scatti delle altezze intermedie, ma solo di quando era molto basso e molto alto: 1 & 2.
Naturalmente dal momento in cui si stacca da terra a quello in cui scompare in lontananza non passa molto tempo, si tratta di un minuto circa, o poco più. Ma credo che quel minuto ce lo ricorderemo tutti con piacere.
Da quel momento in poi il resto della giornata è tutto di corsa. Di ritorno ad Orlando per prendere le valigie, e poi via subito all’aeroporto. Direzione: Houston, in Texas :))
(continua)

I due giorni seguenti purtroppo sono stati spesi in due parchi divertimenti. La cosa non mi diceva granché, finché non ho visto in lontananza la grande palla simbolo di Epcot. Mi sono ricordato di quando da piccolo, a inizio anni ’80, su Topolino ci fu una campagna pubblicitaria a favore di questo grande parco divertimenti che aveva appena aperto in Florida. Una specie di Disneyland 2 sulla costa orientale. Mi ricordavo le foto di questa sfera e della monorotaia che corre a fianco del parco. In realtà si tratta di un insieme di parchi, ciascuno con un tema diverso. Addirittura esiste una autostrada interna con le varie uscite per i vari parchi. A me sarebbe piaciuto andare in quello con montagne russe e affini, ma non ci siamo stati. Siamo andati invece a Epcot, che è quello centrale, che varia un po’ fra il bambinesco e l’istruttivo, e agli Universal Studios, parco a tema dei film holliwoodiani più famosi. Tutte le giornate estive di Epcot si concludono con uno spettacolo di fuochi d’artificio sopra il lago.
Comunque, il giorno successivo ancora, siamo finalmente andati a Cocoa Beach, un’isola sulla costa dell’oceano atlantico, poco a sud di Cape Canaveral. Questo è stato un palliativo della prevista visita a Merrit Island, paradiso naturale dotato di una fauna strepitosa e unica al mondo, ma anche annesso alla base militar-spaziale di Cape Canaveral, e chiusa in quei giorni al pubblico per l’imminente lancio dello Shuttle.
Cocoa Beach è una località balneare abbastanza amorfa che avevo visto già nel film Apollo 13 (era lì che la moglie di Tom Hanks dormiva in albergo in attesa di assistere al lancio). Del film mi ricordavo anche i grandi pannelli pubblicitari dei motel, quelli a strisce bianche orizzontali, onnipresenti in America, con la scritta “buona fortuna Apollo 13”. Ebbene, mi è preso un colpo quando ne ho visto apparire uno con scritto “buona fortuna Discovery” (non ho fatto in tempo a fotografarlo). In quel preciso istante mi è sembrato sul serio di stare in un film.
Le due misere ore che abbiamo passato da quelle parti (dovute alla pessima organizzazione di quella giornata) sono state spese abbastanza male, vale a dire in un grande magazzino. Il Ron Jon, il paradiso dei surfisti. Già nei viaggi organizzati è difficile di suo fare quello che ti pare, ma quando poi ci sono di mezzo gli adolescenti sai benissimo che un tuo allontanarti dal gruppo per andare, che so, alla spiaggia a vedere l’oceano, scatenerà una ondata di emulazione e di spargimento delle persone abbastanza incontrollabile. Quindi è toccato stare al gioco, ed andare solo una decina di minuti di sfuggita in spiaggia. Il tempo di vedere, appunto, l’oceano. La cosa è stata abbastanza seccante, ma tant’è....
I magazzini Ron Jon erano pieni di indumenti sportivi e di articoli per le vacanze. C’era una montagna di tavole da surf ovunque a dei prezzi accettabili, specialmente quelle per principianti. Ne avrei voluta prendere una, ma considerando i limiti stringenti delle compagnie aeree per quanto riguarda le dimensioni del bagaglio a mano, non me la sono sentita di comprare qualcosa che potevano farmi lasciare a terra. E’ stato un errore: un bambino figlio di una professoressa si è preso una tavola più lunga di lui, un buon metro e mezzo, convinto a rischiare. Alcuni giorni dopo, all’imbarco, nessuno gli ha detto assolutamente nulla. E io mi ero preso solo una misera tavoletta da regalare a Melissa che avevo messo in valigia. Chissà perché se vai nel sito della compagnia sembra che non puoi portare niente di più grande di una 24ore, ma poi se sali a bordo trascinandoti dietro un baule nessuno ti dice niente :))
Dopo il Ron Jon, dicevo, i famosi 10 minuti 10 di spiaggia. Devo dire che avevo fin da bambino l’idea di sentire quant’era salata l’acqua, avendo letto da sempre nei libri di geografia della mia infanzia (e non solo) che il mediterraneo è molto più salato degli oceani. Sono quindi andato lì, immerso in acqua fino alla vita con i jeans, ho assaggiato l’acqua e..... incredibile! Ma era salatissima! Allora era tutta una bufala!!! Ci sono rimasto di merda! Qui i casi sono due: o non mi so regolare e mi è sembrata salata quanto la nostra pur senza esserlo, oppure per dei motivi locali (basso fondale, forte evaporazione, correnti marine particolari) mi sono trovato in un punto in cui è più salata della media.
Comunque era già ora di pranzo e ci hanno portati (nel mio caso quasi trascinato) in un Subway per pranzare. Anche lì come ad Orlando c’era una marea di locali, negozi, residence, tutti insieme e allo stesso tempo lontani: ogni negozio occupava un intero isolato, ed era circondato praticamente da un intero campo erboso. Cominciavo a capire perché in Florida prendono la patente a 15 anni. Insomma, dentro al Subway atmosfera ancora più da film, con dei ragazzi adolescenti abbronzantissimi (ad eccezione di uno di evidente origine nord-europea che aveva la pelle rossa e già abbastanza rovinata dal sole nonostante l’età), in attesa di mangiare come noi, e che appena vista la fiumana di gente entrare hanno cominciato a gesticolare come nei telefilm, dicendo “Oh no, oh God, oh man!!!”, ridendo e piegando la testa e la parte alta del busto in modo plateale e decisamente ridicolo. Mi aspettavo di veder apparire il tenente Hunter da un momento all’altro. Io ho approfittato del menu per mangiare finalmente qualcosa che non colasse grasso da tutte le parti. Mio padre, quando la ragazza gli ha chiesto se nel suo panino al tacchino voleva i peperoncini messicani piccanti, pur non avendo capito una parola, per fare il bravo ha finto di capire perfettamente e ha detto di sì con totale disinvoltura. Due minuti dopo era lì che si lamentava della presunta mancanza di rispetto di questa gente che mette dentro ai panini roba ultrapiccante senza neanche chiedere al cliente. E la cosa è continuata quando è riandato là a chiedere un bicchiere di latte. Dietro mio consiglio non l’ha pronunciato all’italiana, ma ha stretto un po’ la ‘i’, visto che è più o meno così che lo pronunciano, o che dovrebbero. Nonostante l’avesse detto benissimo, il cameriere ha fatto “what???”. Eh no, a questo punto era troppo: stavolta l’aveva detto bene. Mi sono avvicinato al bancone ripetendolo. Anche io mi sono preso un “what?”. Insomma, per farla breve, da quelle parti dicono più o meno “mulk”. Posto che vai... vocali che trovi.
Dopodiché ritorno in albergo prestissimo, nel primo pomeriggio. Per non so quali casini con la compagnia dei pullman, è saltata anche la programmata gita pomeridiana all’outlet, enorme centro commerciale di articoli sportivi. Allora ho chiamato un taxi, portando con me tre professori che volevano farsi un giro da quelle parti. Sapevo bene quanto molti dei ragazzi desiderassero andarci e fossero anche loro dubbiosi del fatto che il martedì successivo ci sarebbe stato tempo. Ma a ho preferito non dirlo a nessuno di loro, per il solito discorso sull’emulazione di cui sopra. Se poi una decina o più avessero voluto venire con me, ci sarebbe stato un problema con il taxi.
Visti i prezzi decisamente più bassi che qua, ho comprato 3 paia di scarpe sportive. Ricordo ancora il ragazzo di colore accanto a me che imprecava contro i prezzi di scarpe ultime uscite: “50 dollars, oh man!”. Credo che non mi abbia visto scoppiare a ridere, mentre pensavo a quanto costano di più da noi. Per la cronaca, in America porto il numero 11 di scarpe.
Fra tutto abbiamo speso 40 dollari di taxi per fare pochi chilometri. Il secondo era un classico macchinone americano in cui sarebbero potute entrare tranquillamente sei persone, tirato a lucido con gli interni in pelle, e il tassista che stonava con tutto il resto, essendo completamente trasandato. Mi è sembrato che avesse un accento del nord, ma non ne ero sicuro. Ci ha chiesto qual’era la lingua che stavamo parlando fra di noi. All’arrivo ci ha lasciato il biglietto da visita raccomandandosi di chiamarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte per andare da qualunque parte desiderassimo. Secondo la receptionist dell’albergo questi qua fanno solo 5 giorni di ferie all’anno, e sul serio si alzano anche in piena notte, se chiamati.
(continua)

Appena sperimentato il forte caldo della Florida, abbiamo subito avuto modo di provare la proverbiale aria condizionata a palla che si trova all’interno di tutti gli ambienti chiusi, automezzi compresi: dentro l’autobus che ci portava all’albergo sembrava ci fosse il gelo. E’ stato così per tutto il tempo della vacanza. Molti di noi avevano sempre il maglioncino a portata di mano.
Nel tragitto di una ventina di minuti dall’aeroporto di Orlando all’albergo posso osservare per la prima volta da terra questo paesaggio completamente piatto, tutto acquitrini, laghetti, palme e cambi erbosi, costellato qua e là da alcune case, residence, negozi. Il tutto molto disteso e poco denso, oserei dire quasi bucolico, se non fosse per le strade a 4, 6, 8 corsie che corrono da ogni parte per la campagna (in particolare, quella che vedete nella foto è la interstate-95, che parte dal lontano Maine al confine col Canada, e si fa tutta la costa atlantica giù fino a Miami). Vedo anche i famosi camion americani, quelli bellissimi con il motore messo davanti rispetto all’abitacolo. Sembra che lì ci siano solo quelli.
L’essere lì mi dà sensazioni strane: sembra per certi versi di stare su uno dei set dei tanti film visti nella nostra vita, e allo stesso tempo c’è qualcosa di diverso che non so identificare. In ogni caso, la fa da padrone la sensazione di non rendersi pienamente conto di essere a 9000 km da casa. Inoltre, poiché da tempo le comunicazioni telefoniche sono interamente digitali (a parte nell’ultimo brevissimo tratto dalla più vicina centralina fino a casa), sia che si parli con qualcuno che sta a pochi km, o a migliaia, la qualità del segnale è la stessa. Continuando a guardare il traffico dal finestrino dell’autobus faccio il numero di casa dei miei. Un telefono squilla con suono limpido in un’altra parte del mondo. Mia madre risponde e dice che c’è un caldo che si muore, non immaginando quanto di più in realtà ce ne sia dove siamo noi. Le nostre parole passano sotto l’oceano atlantico.
Dopo la telefonata cerco di capire in che direzione stiamo andando orientandomi con il sole. Ma non lo trovo, sebbene il cielo sia completamente sereno. Arrivati all’albergo ho la risposta: il sole è altissimo, quasi allo zenit, in una posizione che mai raggiunge dalle nostre parti, in nessuna stagione. Nonostante il fattore di protezione 16 della crema, nei giorni seguenti avrò la faccia molto rossa, pur senza scottarmi sul serio. Inutile dire che il colorito pallido di prima della partenza adesso non c’è più.
In camera, come gli accompagnatori ci avevano avvertito, fa 14 gradi. Spegniamo il condizionatore lasciando aperta la porta sul balcone che dà sulla piscina, per riscaldare un po’ l’ambiente prima di mettersi a disfare le valigie.
Qui le donne delle pulizie e gli operai che lavorano all’interno dell’albergo sono quasi tutti di colore, e tutti dall’aria decisamente scoglionata. Non deve essere facile essere poveri in un paese che alla parola povero associa il significato di perdente. Non voglio dire che da noi siamo tutti medio borghesi, ma la disparità fra le classi in America è un po’ più evidente. Il fatto che poi la povertà colpisca maggiormente alcune razze piuttosto che altre è una cosa che si commenta da sola.
Dopo il necessario riposo ci rechiamo a Orlando centro, sempre in pullman. Accanto a pochi palazzi ad uffici c’è una distesa di casette di legno tutte uguali con il solo piano terra. Qui si delinea fin da subito la caratteristica di tutte le città americane di media grandezza: in giro non c’è assolutamente nessuno. Soltanto qualche automobile della polizia, i cui occupanti hanno delle divise nere con sopra quegli scudetti di metallo, che sembrano pezzi di latta ancora più finti che nei film. Sappiamo che la gente è ormai a casa, perché vediamo le macchine parcheggiate sul giardino, ma evidentemente se ne stanno rintanati dentro oppure sono in giro in macchina a fare compere. I negozi infatti sono tutti fuori dal centro, distaccati e lontani l’uno dall’altro. Qui senza macchina è impossibile fare qualsiasi cosa. E, date le distanze da coprire per comprare qualsiasi stupidaggine, è evidente che la benzina deve costare pochissimo. Da quello che ho visto, il prezzo di un gallone (che è oltre 4 litri) è all’incirca quello del nostro litro. Inoltre, non ho visto una sola pompa per il diesel. Mi hanno spiegato che qui tutti i veicoli, anche i più grossi pick-up e fuoristrada, vanno a benzina. Ora si potrebbe aprire un discorso sui motivi di talune guerre (ufficialmente iniziate per portare la democrazia in altri paesi), ma non è questa la sede.
Per le strade deserte sotto i grattacieli o davanti alle casette ci siamo solo noi. A un certo punto spunta una bella ragazza con un cagnolino. Io fischio al cane, e lei pensa che fischi a lei e mi saluta. La cosa suscita l’ilarità di alcuni ragazzi del gruppo che si sono accorti della cosa.
La vegetazione è completamente diversa dalla nostra. Persino l’erba è di tutt’altro tipo. In mezzo alla città la fa da padrone un albero che assomiglia molto al nostro platano, con la corteccia che si spella. Solo che il colore di quella che viene alla luce non è giallo pallido come quella dei nostri platani, ma rossa-arancione. Tutti quelli che a cui ho chiesto non hanno saputo dirmi di cosa si tratta. Ho riportato i semi, ma dubito che nascerà qualcosa.
Verso le 7 di sera entriamo nella Steak House, prenotata da tempo. Benché a me in generale non piaccia la carne, decido di assaggiare la specialità della casa, e ordino la bistecca, come quasi tutti del resto. Non ci credo: è la bistecca di gran lunga più buona che abbia mai mangiato. Benché sia altissima, e mi aspetti che sia cruda dentro, è invece cotta a puntino, solo leggermente al sangue al centro. La purea di patate e le verdurine di contorno, e una spolveratine di pepe, danno il tocco finale al capolavoro.
Parlo con la cameriera che continua a non metterci bottiglie d’acqua in tavola, ma a riempirci i bicchieri di continuo con..... acqua minerale italiana. Mi spiega di essere di Chicago e di essere stata mandata in florida dallo zoo della sua città come ammaestratrice di elefanti. Il secco accento del nord spicca evidentemente in mezzo alla parlata strascicata del sud degli altri camerieri.
Nella iniziale divisione dei tavoli fra i professori e gli alunni io ero stato un problema da risolvere, non sapendo in quale dei due collocarmi. Alla fine sono andato con i ragazzi, e siccome chi ha meno dei 21 anni non può ordinare alcolici, ho dovuto ordinare io una decina di birre per tutti. Quando ho chiesto per me una birra rossa o scura, il cameriere mi ha risposto “non abbiamo niente del genere, benvenuto in America!”.
La sera di nuovo in albergo con qualche tuffo in piscina prima di andare a dormire. A causa dell’arrivo con un giorno di ritardo, tutti programmi sono saltati, e le visite alla Nasa slitteranno a molti giorni dopo. Nel frattempo andremo ad un paio di parchi di divertimenti anch’essi prenotati da tempo, per il fatto che questo è stata inizialmente pensato come un viaggio per adolescenti, anche se alla fine gli adulti sono una buona metà.
(continua)