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A me le donne bionde con gli occhi azzurri, e soprattutto la pelle chiara, fanno schifo!
Leggo sul sito di Repubblica:
Ho trovato un documento audio strepitoso di cui non ero a conoscenza.
Il discorso in cui Robert Kennedy annuncia che Martin Luther King è stato assassinato.
Davvero molto belle le rime di Eschilo che cita....
Per la cronaca, solo due mesi dopo questo discorso Robert Kennedy fu a sua volta assassinato.
Cos’è l’immaginazione? Voglio dire, fino a che punto può arrivare? Fino a quale precisione di particolari, profondità di spazi, coerenze di tempi, rispetto alla realtà, può spingersi? La risposta non è necessariamente scontata. Me lo sto chiedendo da qualche giorno, dopo una lezione preliminare ad una scuola di recitazione, dove sono andato in qualità di amico ed ex-alunno dell’insegnante.
Al termine del tipico “esercizio di immedesimazione”, nel quale, con la musica in sottofondo le luci basse e gli occhi chiusi, si era chiesto di immaginare una scena, c’erano le classiche domande di rito sui particolari della scena immaginata. D’un tratto mi sono reso conto che cose che io consideravo scontate non lo erano per niente. Alla domanda se l’immagine era a colori, non tutti hanno risposto di sì. A quella se c’era profondità nella stanza immaginata, nemmeno. Inoltre molti non erano riusciti a passare dal movimento al fermo immagine, e viceversa. Oppure a vedere le cose da un punto di vista diverso da quello in cui se le vedevano nella scena originale. Sulla capacità di immaginare la stessa cosa tenendo gli occhi aperti poi, l’ecatombe.
Io non credo di avere una immaginazione al di sopra del comune, però di certo è una facoltà che ho sempre esercitato assiduamente.
Quando pregusto qualcosa, come una situazione personale che vivrò, un viaggio che farò, ma anche nel caso che si tratti di cose non piacevoli, mi viene spontaneo immaginarmeli con dovizia di particolari. E non andando in trans, smettendo di fare quello che faccio, ma più come una cosa che avviene automaticamente.
Nel caso in questione si chiedeva di andare a 10 anni fa, nell’anno 1995, e di immaginare una scena realmente vissuta, fra le tante che potevano venire in mente. La mia è stata una lezione all’università. Alla domanda su ciò che attirava di più la mia attenzione, la risposta era: i capelli.... di lei.
In realtà la cosa che più mi piaceva erano i suoi occhi grigi, ma a quel tempo non li avevo ancora visti, perché ero seduto dietro di lei, ed era la prima volta che la vedevo.
Ho potuto rivedere i suoi occhi quando ci hanno chiesto di staccarci dal “noi stesso” di allora, di modo da potersi muovere nella stanza indipendentemente da lui. Così la prima cosa che ho fatto è stato girare intorno al suo tavolo per guardarla di nuovo negli occhi. Ed è pure facile farlo senza alcun imbarazzo quando la persona in questione la puoi bloccare o fingere che non ti veda. Ma se vuoi la puoi anche staccare dal resto e farla interagire con te, tipo farla girare dalla tua parte perché anche lei ti guardi negli occhi.
Io credo nella realtà. Nel senso che sono fermamente convinto che le situazioni sia meglio viverle nella realtà piuttosto che nell’immaginazione (anche quando si tratta di fatti accaduti come in questo caso). Perché nulla è più eccitante della realtà.
Tuttavia a volte di certe cose ci rimane solo il ricordo, oppure possiamo solo anticiparle perché non sono ancora avvenute. E l’immaginazione è uno strumento molto potente, se ben esercitato. E soprattutto, può essere molto piacevole anche il solo fatto di usarlo, questo strumento.
Ma adesso tocca a voi: scoprite quanto e come sapete usarlo. Provate a mettervi distesi sul letto in silenzio e vedere cosa viene fuori. Potreste rimanere sorpresi.
[Un'altra cosa che si può fare è immaginare un posto, com'era in un tempo lontano, ad esempio attraverso gli occhi di un artista]
Ho scaricato da internet ho comprato il DVD con la prima puntata di Beverly Hills 90210. Divertente. Quanti ricordi. Che poi questa puntata non l’avevo neanche mai vista. Nessuna puntata della prima serie, se è per questo. Facevo l’ultimo anno di liceo quando uscì, e ricordo i compagni che ne parlavano e io che non avevo nessun interesse (ricordo anche la solita bufala sempre presente e alla quale tutti credevano, e cioè che la serie stava per essere interrotta perché Jason Priestley era morto per incidente stradale. Negli anni di liceo ho sentito parlare della morte di un sacco di gente che invece ci seppellirà tutti). Comunque io ho cominciato a guardare la serie dal secondo anno, e pure molto assiduamente. Ricordo bene i due gemelli Brendon e Brenda (che fantasia) con le camere separate ma il bagno in comune (a proposito, ma davvero due gemelli possono nascere a distanza di soli 30 secondi? E che è, una catena di montaggio?). Il bello e dannato Dylan, idolo di quasi tutte le ragazze che conoscevo, nonché primo esempio in letteratura medica di persona stempiata a soli 16 anni. L’esilarante Steve, apparentemente superficiale ma di fatto uno dei più maturi del gruppo. L’eclettico David, cantante hip-hop dilettante e anchor-boy del west beverly high, scuola che a prima vista sembrava un club mediterranée. E che aveva una storia con Donna, che poi alla fine nonostante il nome era la più mascolina delle ragazze. Ogni volta che qualcuno la chiamava mi sembrava di assistere ad un film machista: “vieni qua donna”; “io Tarzan, tu Donna”. Come non ricordare poi Kelly, ricca, carina col viso angelico, il nasino rifatto, insomma californiana d.o.c. C’era anche Andrea Zuckerman, che a sentire il nome faceva pensare a un rabbino con tanto di barba lunga e cappellino, e invece era una ragazza pure carina. Peraltro l’unica non ricca del gruppo, ma di certo la più determinata. La vera americana, nel senso stacanovista del termine. Devo dire che fra tutte le ragazze a me piaceva molto Valerie, comparsa però molti anni dopo. E poi papà Walsch, vero dispensatore di saggezza (c’è una simpatica parodia in dialetto romanesco in cui Brenda lo chiama “ah pelato” invece che papà). Infine il simpatico Nat Bussichio, (che nella sopraccitata parodia distrugge una bambola gonfiabile prestatagli da David), proprietario del Peach Pit, locale trendy rifugio dei nostri eroi, ma soprattutto degli autori, che li relegavano lì ogni volta che non sapevano che altro inventarsi.



Se c’è una città all’estero, o meglio oltremare, per usare questa bella espressione anglosassone, che mi piacerebbe vedere è San Francisco. Per uno cresciuto con il telefilm poliziesco degli anni ’70 “le strade di San Francisco” e appassionato del film con Steve McQueen, “Bullit” (1968), è il minimo.
Vorrei atterrare al suo aeroporto affacciato sulla baia, quello in cui McQueen insegue il cattivo attraverso la pista sotto gli aerei che decollano, guidare sul ponte del Golden Gate, e per le mille colline.
E poi, vedere la celebre Union Square, l’isola di Alcatraz, le casette di legno che hanno uno stile inconfondibile, viaggiare sui famosi tram. Per non parlare dei dintorni: la Silicon Valley, patria morale degli ingegneri elettronici del mondo, San Mateo, Oakland, l’università di Berckley.
Mi piace poi il fatto che sia la culla del movimento studentesco e dei figli dei fiori (immaginate per un giovane vivere qui alla fine degli anni ’60?). Mi piace l’accento dei suoi abitanti, curiosa commistione di cadenza del sud con fonetica del nord (tra l’altro mi sembra che Clint Eastwood abbia proprio quella parlata).
A proposito di film: ho scoperto di recente che questa città è stata la prima patria del cinema americano, prima che l’industria cinematografica fosse trasferita a Hollywood e Los Angeles. A San Francisco vennero girati quasi tutti i film dell’era del muto.
Per concludere, veniamo al fatto che mi ha ispirato questo post. E’ notizia di qualche giorno fa che con molta probabilità Google fornirà internet a banda larga wireless, senza bisogno di cavi quindi, alla città e a tutta la zona della baia. E sarà un servizio completamente gratuito.
Il regalo di Google alla sua città. Una bella fortuna
Ecco alcune immagini:
Steve McQueen nel film “Bullit”
L’inseguimento: prima & seconda
P.S.: La città di San Francisco naturalmente prende il nome proprio da San Francesco di Assisi. Non tutti sanno però che anche Los Angeles ha la stessa origine: il nome si riferisce infatti a Santa Maria degli Angeli, la cittadina ai piedi della collina di Assisi, dove il santo morì.
California è invece uno dei pochissimi nomi di stati americani la cui etimologia sia sconosciuta; sulla sua origine si hanno solo delle ipotesi: forse deriva dallo spagnolo caliente fornalia (fornace calda), oppure dalle parole indiane kali forno (alte montagne).
ahahahahah!