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Sposini mangia il pollo in diretta al TG5. Non credo ai miei occhi!
Lei ha 116 anni. Anzi, a dirla tutta è la donna più vecchia del mondo. Siamo agli inizi degli anni ’90. Sono venuti in molti al suo compleanno. Siccome ha sempre vissuto dalle parti di Arles, un giornalista fa il collegamento e le chiede se si ricorda di Van Gogh. Lei risponde prontamente: “certo, me lo ricordo benissimo. Avevo 16 anni. Girava per il paese. Lo chiamavamo l’Olandese Matto. Era spesso sporco, e puzzava”.
Questa è l’unica testimonianza diretta che io avessi mai sentito in vita mia su Vincent Van Gogh. Fino a lunedì scorso. Quando, al Santa Giulia di Brescia, lui in persona ha parlato di sé.
Potevo vedere le linee incise dal pennino nei primi disegni, i solchi impressi dal pittore sulla carta un giorno di 120 anni fa.
La mostra inizia proprio con i disegni a matita nera. Poi ci sono i primi acquerelli dipinti in Olanda. Nel grigiore di questi è già racchiuso tutto il malessere interiore dell’artista. La campagna costellata di mulini a vento, con le donne solitarie che lavorano mestamente di fronte a casa è di una tristezza infinita, e sembra essere imprigionata in un inverno senza fine.
Peraltro lo stile è completamente diverso a quello a cui siamo abituati, tranne probabilmente per occhi esperti.
Ci sono anche, impressi sul muro, spezzoni di lettere scritte al fratello e a Gauguin, che delineano la vita di quegli anni.
Il momento del trasferimento a Parigi è decisivo: la sua pittura cambia completamente e diventa simile a quella degli impressionisti. Ma Van Gogh ne eredita più l’esplosione di colori che il tratto a virgola. Lui dà delle pennellate decise lasciando molto colore sulla tela. Avvicinando gli occhi al vetro vedo le macchie messe lì più di 100 anni fa e che sono tanto marcate da sembrare tempera invece che olio. Sopra molte di esse l’impronta del pennello, rimasto lì a ricordare il lavoro dell’artista come se il quadro fosse stato dipinto ieri. La luminosità dei colori contribuisce a questa sensazione di “nuovo”.
E poi possiamo vedere anche alcuni oggetti appartenutigli: mi è rimasto particolarmente in mente un libro, aperto sulla prima pagina, intitolato “l’amour” (Van Gogh amava parlare lingue straniere, e scriveva spesso al fratello in francese).
Non ci sono tantissimi quadri famosi, ma alcuni sì: io ad esempio mi ricordavo fin da ragazzino “l’autoritratto con cappello di paglia”, “i girasoli”, e...... “i cipressi”. Questi quadri appartengono al periodo provenzale, l’ultimo della vita di Van Gogh. Non sappiamo se si trasferì in Provenza per “moda”, o per motivi di salute. Sappiamo solo che ci ha lasciato immagini del paese, della vita nei campi, delle persone. Ci sono ben tre quadri che ritraggono un fattorino delle poste, del quale Van Gogh diventò amico di famiglia. Il più grande di essi è il pezzo più assicurato della mostra: vale fra gli 80 e i 90 milioni di euro. Né l’artista né il soggetto avrebbero mai potuto immaginare un valore del genere. Accanto al grande quadro possiamo leggere una lettera scritta quello stesso giorno, nella quale è spiegato il motivo dell’espressione baldanzosa del postino: la moglie gli ha dato una figlia poche ore prima.
Ma la fine è vicina. Il pittore si spara nel luglio del 1890. Sebbene la ferita non sia immediatamente mortale, spira dopo due giorni di agonia. Se ne va così uno dei più grandi pittori moderni.
“I cipressi” non è solo un bellissimo quadro. E’ stato dipinto poco prima della morte, ed è considerato una sorta di testamento morale. Due persone camminano per una strada di campagna in una sera d’estate. Dietro di loro sopraggiunge una carrozza. Il cielo, benché sia un quadro “notturno”, è molto luminoso e bello. Una stella brilla quasi quanto la Luna. Chissà se è Sirio. Si pensa che questo tipo di rappresentazioni serene (presenti anche in altri quadri del periodo) indichino la maturazione dell’idea di farla finita, ma allo stesso tempo la speranza di stare per andare in un posto migliore, un posto di serenità, appunto.
Non posso dirvi altro. E poi è anche soggettivo. Andatela a vedere e ditemi se vi piace quanto è piaciuta a me.


L’Autostrada del Sole è praticamente sgombra, nonostante sia domenica. Molte delle macchine hanno gli sci sopra il tettuccio.
L’ultima volta che ho ascoltato qualcuno parlare è stato a Sansepolcro (AR). Dopo ho solo guidato senza fermarmi, quindi quando sono alla barriera di Melegnano (MI) mi fa uno strano effetto sentire l’accento milanese dei motociclisti in fila che urlano per riuscire a sentirsi al di sopra del rumore dei motori.
Il tempo è bellissimo, con cielo completamente terso, per tutto il viaggio. Dopo Melegnano scrivo un sms, e questo quasi mi fa mancare l’uscita per la tangenziale ovest, che imbocco con una frenata. Davanti a me vedo la cappa grigio-violacea, veleno di Milano e di tutte le altre grandi città, che ricopre tutto e che si staglia chiaramente nel cielo azzurro. Da quel momento in poi, io che già non sopporto l’inquinamento della piccola Perugia, comincio ad avere prurito al naso e lo starnuto facile.
L’ostello è diventato costosissimo: 17 euro di tessera annuale e 19 per la nottata. Mi chiedo seriamente, vista la mia età e visto il servizio che danno, se non sia il caso di cominciare ad andare in albergo. Evidentemente nella mia testa la fa ancora da padrone la mentalità da studente. Peraltro non ho nemmeno chiuso occhio a causa di uno che ha russato tutta la notte in un modo che difficilmente è classificabile come umano, e delle macchine che passavano a tutta velocità in viale Salmoiraghi, a pochi centimetri dalla finestra.
In compenso la serata è ottima. Incontro un mio amico in Piazza Duomo. Poi aperitivo in una via lì dietro (via Vittorio Emanuele?), e a piedi fino ai navigli. La zona è piena di locali, e mangio un ottimo primo condito in maniera molto “settentrionale”, vale a dire a base di burro e formaggi. Mentre usciamo, qualcuno da dietro una persiana al primo piano di una casetta che si affaccia sul Naviglio Grande urla “GOOOL!”. A San Siro c'è Inter-Juventus.
Sull’argine del naviglio è abbandonata una borsetta aperta, di buona fattura e all’apparenza nuova. Una donna da qualche parte è stata scippata, ed il ladro è venuto qui a depredare la borsa con calma.
La mattina dopo, come uno zombie, riparto per Brescia. Ad un incrocio ci manca poco che mi schianto contro altre macchine. Il semaforo è verde, ma all'ultimo momento mi accorgo che un “ghisa” seminascosto da un palo sta facendo passare le auto della via che sto incrociando, disinteressandosi di quelli che vengono dal viale. Mi fermo all'ultimo momento in mezzo all’incrocio chiedendomi se mi farà la multa. Ma non mi ha nemmeno visto. Quando finalmente il mio semaforo diventa rosso, si gira e mi fa segno di passare.
A proposito, a giudicare da quello che ho visto, la prossima volta che sento un milanese biasimare la guida di un romano o di chiunque altro, mi incazzo.
La A4 è trafficatissima, per tutto il viaggio fino a Brescia. Appena esco da Milano Est, mi rendo conto che sto entrando in zone in cui non sono mai stato in vita mia, prima d’ora. Mi sorprende l’Adda: il fiume si è scavato un canyon profondo in mezzo alla pianura, e l’autostrada passa di colpo da un piatto paesaggio a un ponte.
Arrivo a Brescia proprio all’orario previsto del treno di Stregatta. Mentre sto imboccando un sottopasso ferroviario nei pressi della stazione, vedo un eurostar proveniente dalla direzione di Venezia passarmi sopra la testa. E’ il suo.
(continua)
Che stanchezza, non ce la faccio a postare sulla mostra di Van Gogh. Speriamo domani, ma ne dubito, viste le cose da fare. Non riesco a trovare un momento libero!

Non so voi, ma a me piacerebbe leggerlo.