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Oggi è veramente troppo.
Fra l'altro ho anche dormito pochissimo, e la stanchezza peggiora di molto le prestazioni di termoregolazione dell'organismo. Almeno del mio! Camminando per la strada alle due del pomeriggio si sentiva il calore venire su dall'asfalto come quando in cucina si apre il forno.
Sono stato al lavoro dopo una settimana di latitanza, per scoprire che ancora ci sono i lavori in corso, e il laboratorio è off-limits.
Domani dovrebbe essere di nuovo agibile, salvo che vengano iniziati dei nuovi lavori, per i quali non si sa nulla di certo. Quindi potrebbe risultare un'altra giornata a vuoto.
Continua l'impossibilità di postare nel blog usando il normale editor, e causa assenza di corrente al lavoro non ho potuto nemmeno controllare se fa la stessa cosa da lì.
Ritornando a casa mi sono comprato alcune bibite non troppo zuccherate da mettere sotto ghiaccio e da bere più tardi ad almeno 30 gradi sotto zero.
Dovrei uscire per svariate commissioni, ma non so se lo farò. Tra l'altro ho ridato la macchina con l'aria condizionata a mia madre, con lei che insisteva perché la tenessi.
(naturalmente la foto qui sotto non può essere ridimensionata da questa modalità solo testo con cui sto postando, ma meglio così: la foto gigante rende l'idea del calore che pervade tutto)
Ieri ho visto un bel film. O meglio, era la storia ad essere davvero molto bella.
Raccontava l’avventura di Charles Lindbergh, interpretato da un Jimmy Stewart bravo come sempre, primo uomo ad aver volato da New York a Parigi in solitario, nel 1927.
Prima ancora del record in sé, mi piace l’idea di queste persone che vivevano una vita avventurosa tutti i santi giorni, una vita da veri pionieri dell’aviazione.
Oggi siamo abituati a volare a migliaia di km di distanza senza scalo, avendo tutti i comfort. I piloti possono sapere sempre in che punto del mondo si trovano, grazie alla navigazione satellitare. E anche quando essa non c’era, esisteva comunque il radar, attraverso il quale i controllori di terra potevano seguire l’aereo in cielo e comunicare via radio al pilota le correzioni di rotta e di quota da apportare per raggiungere l’aeroporto con precisione millimetrica.
Ma ai tempi di Lindbergh non era certo così.... mi ha colpito il lavoro che faceva: portava la posta da St. Louis a Chicago. Il tutto volando praticamente alla cieca, spesso di notte, o addirittura con la nebbia.
Non oso immaginare che cosa significasse decollare da St. louis e cercare di “ritrovare” Chicago, che si trovava a 400 km di distanza. Come decollare da Roma e cercare di arrivare a Milano, senza nessuno che ti dica dove sei, con la sola bussola a disposizione, mediante la quale calcolare tanti km su tante ore, tenendo conto della velocità dell’aereo, e da quello individuare la propria posizione su una mappa. I piloti di allora dovevano disporre di un senso dell’orientamento eccezionale, nonché di una rara abilità nella navigazione a memoria.
Ai tempi di Lindbergh, molti aspiravano a compiere questa famosa trasvolata transoceanica. Alcuni erano già riusciti a volare fra Europa e America, ma solo dalla punta estrema di un continente (l’isola di Terranova) alla punta dell’altro (l’Irlanda), e per di più con idrovolanti, che permettevano di ammarare ad ogni evenienza. Molti avevano perso la vita nel tentativo: pochi giorni di prima che Lindbergh partisse, due francesi ci avevano provato, erano stati visti entrare in oceano, e da allora se ne erano perse per sempre le tracce. E così molti altri in quegli anni.
Per l’occasione il pilota americano si era fatto costruire un aereo speciale da una ditta di San Diego in California. L’aereo, lo Spirit of Saint Luis, era praticamente un grosso serbatoio di benzina volante, per garantire un’autonomia di tante migliaia di km. Uno dei serbatoi era addirittura messo di fronte, tanto da non permettere la visuale in avanti, per la quale il pilota era costretto ad usare un periscopio.
Inoltre, non poteva portare con sé un paracadute, per non incrementare il peso.
Dopo le prime prove di volo in California, Lindbergh attraversa l’America fino a New York, deciso a tentare la grande impresa. Luogo della partenza: una pista sterrata poco fuori Brooklyn, a Long Island.
Il giorno della partenza il tempo è pessimo: c’è nebbia e fa freddo, benché sia primavera. La pista è una poltiglia di fango. Così il decollo viene rimandato per giorni.
Alla fine, dopo una notte insonne, si fa coraggio e decide di tentare, prima che qualcun altro compia l’impresa al suo posto. Di mattina presto fa portare l’aereo fuori dall’hangar e ci sale sotto gli occhi di qualche decina di curiosi. Tutto è pronto, tranne le condizioni meteo. E’ l’alba.
Lindbergh guarda con preoccupazione l’ambulanza posizionarsi ai margini della pista e, dopo un attimo di esitazione, dà manetta. Poco ci manca che l’impresa si trasformi in tragedia nei primi metri: la pista fangosa quasi impedisce il decollo, e l’aereo sfiora i fili elettrici ai margini. Da quel momento comincia un volo che dovrebbe durare circa 40 ore.
Lindbergh, già in piedi da oltre 24 ore, comincia ad avere quasi subito forti attacchi di sonno. Il passare del tempo è una lotta continua contro lo stimolo di addormentarsi. Nel frattempo, sotto l’aereo scorrono il Rhode Island, Boston, poi il Canada orientale e l’isola di Terranova. A quel punto è riuscito a malapena a uscire indenne dalle prime 11 ore di volo, e non riesce a immaginare come potrà affrontarne altre 30. Teme che il continuo appisolarsi ai comandi lo abbia già spinto fuori rotta. Decide tuttavia di non abbandonare, e di affrontare l'oceano.
Per iniziare la traversata con la certezza di seguire la direzione giusta, deve individuare la cittadina di Saint John di Terranova, ancora oggi punto di passaggio per gli aerei in procinto di lanciarsi sopra l’oceano in direzione dell’Europa, che nel vecchio doppiaggio italiano del film viene chiamata buffamente “San Giovanni di Terranova”.
Ricordo io stesso l’anno scorso, tornando da Atlanta, di aver visto dal finestrino le luci della cittadina, di fronte alle quali si estendeva il vuoto buio dell’oceano.
Lindbergh finalmente la individua, e da lì inizia una traversata di circa 3000 km sull’acqua, 18 ore di volo senza potersi permettere un attimo di distrazione.
Presto scende la notte, la temperatura si abbassa, e oltre agli attacchi di sonno cominciano altri problemi, come la formazione di ghiaccio sulla carlinga dell’aereo, che per poco non lo fa precipitare. Riesce a scioglierlo portandosi a pochi metri dalla superficie e volando così, a pelo d’acqua, fino all’alba.
Inoltre anche la bussola si ghiaccia, rendendo impossibile determinare la rotta, se non in modo grossolano orientandosi con le stelle.
Passano altre interminabili ore, si fa giorno, e l’oceano appare in basso costellato di icebergs. Il tempo passato fa supporre che l’Europa potrebbe apparire all’orizzonte di lì a qualche ora, ma la direzione approssimativa seguita, unita ai lunghi minuti di dormiveglia, rendono impossibile capire se la rotta è stata mantenuta oppure completamente abbandonata. Il pilota non ha idea se vedrà apparire l’Irlanda, come la rotta prevista vorrebbe, o se invece si trova molto più a sud o molto più a nord, nel qual caso rischierebbe di viaggiare verso la scandinavia rimanendo senza carburante prima di giungervi. Prova a fare dei calcoli di posizione basandosi sulla velocità tenuta e il tempo trascorso, ma l’annebbiamento mentale gli impedisce di portarli a termine.
Poi, improvvisamente, si vedono dei gabbiani, poi alcune barche di pescatori. Poco dopo in lontananza appare una costa. Ma di che costa si tratta? Come riconoscerne il profilo fra le migliaia di km di costa europea raffigurati nelle mappe? Piano piano la sagoma si delinea. Ed ecco lì una penisola, lì accanto un’isoletta. Lindbergh guarda le mappe, e crede di riconoscere una similitudine fra quello che vede sotto l’aereo e la cartina. E alla fine non ha più dubbi: è la punta occidentale dell’Irlanda, nemmeno troppo lontano da dove era previsto che la sua rotta passasse.
L’aereo viaggia a circa 160 km/h, e coprire la distanza fino a Parigi richiederà ancora molte ore. Così decide di aumentare un po’ la velocità, mentre vola sopra l’Irlanda, l’Inghilterra, e poi la Manica. La costa francese è in vista nel tardo pomeriggio. Il tempo per individuare a vista la foce della Senna, da seguire fino a Parigi, e si è fatta di nuovo sera.
Dopo un altro paio d’ore è notte fonda, ma questo ormai non ha più nessuna importanza, perché la torre Eiffel è apparsa laggiù in fondo, tutta illuminata, inconfondibile. E' Parigi.
La felicità del momento non riesce però a cancellare la preoccupazione per l’atterraggio. L’enorme stanchezza gli fa dubitare persino di essere in grado di individuare l’aérodrome le Bourget, dove esso è previsto. Aiutandosi con le mappe individua la zona in cui dovrebbe trovarsi, ma non ne è sicuro. A complicare la situazione ci sono tutti quei riflettori puntati verso il cielo, che lo abbagliano, di cui non si spiega la presenza.
Il regista del film è bravo, riesce a trasmettere la confusione che tormenta il pilota: mentre guarda verso il basso, cercando una conferma che si tratti del luogo giusto, tra un riflettore e l’altro, allo spettatore sembra di veder apparire ad attimi qualcosa come una grande onda che si muove. Ed anche un boato, sempre più forte. Alla fine non c’è più dubbio: quelle sono migliaia di teste di persone che stanno urlando. E per di più, appare finalmente un capannone con scritto sul tetto, a caratteri cubitali, “Paris Le Bourget”.
Lindbergh non si rende ben conto che durante le ultime ore è stato avvistato più volte, e la notizia è stata diffusa alla radio, permettendo a migliaia di persone di radunarsi ad attenderlo.
Finalmente atterra, e la folla travolge le transenne per raggiungerlo, e portarlo in trionfo.
Non sa ancora che quella sera, a Le Bourget, ci sono 200.000 persone per lui.
Il film termina raccontando dei 4 milioni che ci saranno ad accoglierlo al suo ritorno a Washington, insieme al presidente degli Stati Uniti.
Nota: Lindbergh compì questa impresa a soli 25 anni, ma era già un veterano come pilota.
Tuttavia, nella sua vita dovette superare prove molto più dure: anni dopo, il figlioletto di 20 mesi fu rapito a scopo d’estorsione. Il suo corpo fu ritrovato senza vita alcuni giorni più tardi. I rapitori l’avevano assassinato poco dopo il rapimento.
Il dolore spinse il pilota e la famiglia a lasciare l’America e a stabilirsi in Europa.
Link sul riscaldamento globale.
Splinder non mi permette di postare, tranne che in questa modalità solo testo, con la quale non posso né scegliere il caratttere, né formattarlo, né inserire foto, link, etc....
O molto più probabilmente è colpa del mio computer, che da mesi dà segni di problemi software. Dovrei riformattare tutto, ma prima salvare tutte le e-mail, individuare le altre cose che non possono andare perdute, masterizzare il tutto. E questo computer fra poco lo dovrei pure dismettere, quindi non ho voglia di fare questo lavorone.
Mi sento molto accidioso in questi giorni.
Fortuna che al lavoro non ci vado, perché ci sono i lavori di muratura in laboratorio, e ci tengono a casa forzatamente :)
UPDATE: Ho provato da un altro computer: lo stesso problema anche lì. Ma che diavolo succede a questo blog?
Sono furente.


E' andata.
