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Tempo a Perugia

martedì, 21 novembre 2006
Bullismo

Ultimamente si parla molto di emergenza bullismo.
Come se fatti del genere fossero una novità (bella consolazione direte voi). Ricordo benissimo ai tempi  della scuola ragazzi miei coetanei intervistati in televisione dopo essere stati vittime di pestaggi da parte degli alunni più grandi solo perché si erano rifiutati di pagare 3000 lire di matricola.
Comunque dai recenti fatti di cronaca nasce il dibattito sulle possibili misure punitive e preventive che si possono prendere per combattere il bullismo. La polemica è serrata e come al solito quando nel nostro paese si affrontano queste problematiche c'è chi punta il dito contro coloro che vogliono essere duri e repressivi, sbandierando il vessillo della irrinunciabile prevenzione. Come se le due cose, prevenzione e repressione, si escludessero a vicenda. Il risultato di questi dibattiti è quasi sempre una sterile polemica che uccide il pragmatismo, così che non si fa nulla o quasi per affrontare il problema, e piano piano la questione cade nel dimenticatoio fino al successivo grave fatto di cronaca. Nei salotti televisivi si arriva persino a ricercare l'etimologia di "bullo", mentre nel frattempo i violenti operano indisturbati 24 ore su 24, forti dell'impunità.
Sì perché il problema vero secondo me, è questo: l'impunità. Abbiamo visto tutti i video apparsi su corriere.it nei quali professori stessi sono oggetto passivo di molestie da parte di alcuni alunni. Professori che non hanno forse il coraggio, ma molto più probabilmente non hanno l'autorizzazione a reagire. E' noto che toccare un alunno è ormai praticamente un tabù. E' giusto che lo sia, grazie a dio le scudisciate o le ginocchia sui ceci di antica memoria sono ormai un lontano ricordo. Il problema è che il principio dell'intoccabilità dell'alunno al giorno d'oggi si è esteso scelleratamente anche a situazioni di legittima difesa. Se fossi stato al posto del professore del videoclip in cui un alunno gli tira con la cerbottana e poi gli avvolge la testa con un giornale, l'avrei appiccicato al muro, e non metaforicamente. Soltanto che molto probabilmente il giorno dopo la madre sarebbe andata indignata dal preside, protestando fermamente contro un atto di inaccettabile violenza verso il suo bravo ragazzo e minacciando denuncia.
Io non ho la soluzione al problema, mi limito a constatare un semplice fatto: non c'è la necessaria durezza. O come piace chiamarla a me, tolleranza zero. Perché fatti come quello avvenuto nella scuola di Torino non possono essere tollerati. E in effetti quel caso particolare non lo è stato, visto che i colpevoli sono stati sospesi per un anno. Il problema è che per ogni fatto come questo che ha raggiunto la notorietà, ce ne sono altri 100.000 sommersi che rimangono impuniti o debolmente sanzionati. Non so se all'origine di questo ci sia un eccessivo mammismo o cose simili, questo lo stabiliranno gli psicologi e i sociologi. Ma qualunque sia la causa, rimane il fatto che molto spesso, troppo spesso, persone del genere sono viste come dei ragazzi che commettono ragazzate. E' vero che sono ragazzi, ma questo non li esonera dalle loro responsabilità, e soprattutto non implica che tutto ciò che fanno, per quanto grave, possa essere classificato come "ragazzata".
In poche parole, bisogna far parlare i fatti. Il pestaggio di un compagno di classe, portatore di handicap o no, finito sui telegiornali o no, è un fatto grave. Chi lo commette è l'autore di un fatto grave, e come tale deve essere trattato, non mi interessa se c'è chi pensa che sotto sotto in realtà è un bravo ragazzo, o cose del genere.
Basiamoci sui fatti e agiamo di conseguenza. Tutto il resto sono chiacchiere.

Postato da: clarke a 17:23 | link | commenti (21)

martedì, 14 novembre 2006
Perseguitati dalle regole

Su Repubblica si discute della rivoluzione arbitrale che è in corso nel mondo del calcio (speriamo che non sia una rivoluzione reversibile, come spesso accade). Si parla di arbitri dal "cartellino facile", e naturalmente molti protestano, a molti non piacciono questi parrucconi che fanno applicare il regolamento. Gesù, non sia mai che si segua il regolamento alla lettera!!! Qualche gomitata o falciata di gambe è ben ragionevole! Fino a quanto ci si possa allontanare dal regolamento poi lo si decide a tavolino, con gli amici degli amici. Dopo, quando andiamo a giocare fuori dall'Italia, ci ridono dietro perché non riusciamo ad abituarci a quel tipo di gioco così diverso dal nostro, così fiscale!

E a me fanno quasi tenerezza. Sono come Berlusconi, che ci ha tanto abituato a difendere i propri diritti contro la magistratura giustizialista e politicizzata. E' la stessa logica.

E' come se io comincio a correre con la macchina a 100 all'ora in centro storico, brucio tutti i semafori, investo qualche vecchietta, e poi urlo e sbraito proclamandomi perseguitato dai vigili urbani.



OT: Non c'entra niente, ma questa foto è veramente uno spasso :)    (secondo me Howard è pure un nome adatto per un cagnolino)

Postato da: clarke a 10:43 | link | commenti (18)

mercoledì, 08 novembre 2006
A casa

Il momento più bello dei viaggi di ritorno, per quanto mi riguarda, sono le Alpi. Non soltanto perché sono belle da vedere dall’aereo, ma soprattutto perché quando le vedi significa che sei a casa, in Italia. Niente mi fa sentire più a casa del vedere le Alpi. La cosa vale ancora di più quando sei di ritorno da un viaggio lungo, magari da un altro continente.
Quando sono tornato, qualche settimana fa, volevo tornare. La cosa non mi capita spesso, di solito al ritorno dalle vacanze devono trascinarmi a forza all’aeroporto. Finiscono sempre troppo presto. Questa no. Il motivo non è certo il fatto che non mi sia piaciuta, anzi, posso senza ombra di dubbio definirla la vacanza più bella che abbia mai fatto. Ma è durata molto più delle altre, quasi tre settimane, e dopo quel lasso di tempo ha cominciato a farsi strada quella malattia subdola e inaspettata che è la nostalgia di casa. In più ero molto stanco e, raggiunta ormai la meta finale, San Francisco, il tempo si è guastato portando pioggia e freddo.
Quindi in un certo senso tornare a casa è stato un sollievo.
Ciò non toglie che ripartirei anche subito se potessi. Mi piacciono molto gli Stati Uniti. Nonostante tutti i loro difetti, alcuni non accettabili per un europeo, ma anche con tutti i vantaggi che un paese così diverso da quelli al di qua dell’oceano può offrire. In futuro mi piacerebbe molto lavorarci per un periodo. Spero di avere la possibilità di fare questa esperienza.
Mi piace poter parlare in un'altra lingua, pensare in un’altra lingua, anche una che non mi entusiasma affatto come l’inglese. Adoro sapere di essere in un posto lontano 10.000 km da casa. E’ bello calarsi in un modo di vita diverso, dall’interno. Sant’Agostino diceva che il mondo è un libro, e chi non viaggia ne legge solo una pagina, perdendosi tutto il resto. Questo è doppiamente vero se riferito non solo a quello che si può vedere, ma anche alle culture con cui si entra in contatto. Non basterebbero cento vite per conoscere e vivere le varietà naturali e umane che il mondo ci offre.
La città che mi ha lasciato il più bel ricordo è New York. La parte paesaggistica del viaggio è venuta dopo, in California. Ma New York, qualcuno mi aveva detto, ti fa sentire a casa. Ed è stato proprio così. Durante quella settimana ho camminato per svariati chilometri ogni giorno, ho cercato di calarmi il più possibile nella vita della città, ho conosciuto gente in ostello (stavamo sempre sul tetto), ho fatto in modo di vedere il più possibile, e devo dire che ci sono riuscito. Qualcosa è comunque rimasto fuori, oppure è stato visto in modo superficiale, ma il tempo era quello che era. Mi piaceva quando le macchine si fermavano per chiedermi informazioni stradali che ovviamente non potevo dare, o parlare con sconosciuti per strada quando se ne presentava l’occasione, o osservare attentamente la faccia delle persone per cercare di capire cosa passasse loro per la testa. Era chiaramente un’umanità quasi sempre affrettata, con mille pensieri in mente, troppo concentrata su di sé per rendersi conto che qualcuno li stesse guardando.
Ricordo con particolare piacere la relativa quiete di Central Park, così come l’andirivieni frettoloso in mezzo alla muraglia di grattacieli di Midtown, fra il rumore delle macchine e gli schiamazzi dei bambini sull’altalena. E ancora la sorprendente tranquillità del West Village, le bancarelle di Soho, i lampioni e gli idranti dipinti col tricolore di Little Italy.
Ho anche avuto modo di conoscere dal vero un’amica con cui avevo fatto conoscenza qui sul blog, e che si è dimostrata essere ancora di più quella persona buona e amichevole che avevo già capito fosse.
Forse il momento più emozionante è stato vedere Ellis Island e la Statua della Libertà, una statua indubbiamente brutta dal punto di vista stilistico, ma pur sempre un simbolo. Ellis Island, soprannominata “Island of tears, island of hope”, a prima vista non è che un’isoletta insignificante con sopra un paio di costruzioni in stile “governativo” di fine ‘800. E’ stata però il punto obbligato di passaggio per milioni di persone che cercavano una vita in America. I racconti registrati direttamente dalla voce di persone che ci sono passate sono quasi shoccanti. Le sofferenze patite per il viaggio, caricati come schiavi su navi puzzolenti a prezzi da strozzinaggio (circa 2000 euro di oggi per un biglietto), il rischio di essere respinti all’arrivo per motivi di salute o di sopraggiunti limiti di età, ecc. Eppure la speranza così forte di potersi lasciare alle spalle una vita di povertà e di soprusi da parte della classe benestante. E’ stata un’occasione per meglio comprendere la mentalità degli americani. La loro avversione per le tasse, la loro convinzione di vivere nel Paese più libero al mondo (convinzione errata, senza dubbio), l’organizzazione sociale basata quasi completamente sull’intraprendenza privata, sono tutte cose che affondano le radici in quel viaggio della speranza che fecero i loro bisnonni, e che ha creato un modello di vita che ha molto poco a che vedere con quello europeo.
Ieri ho parlato con il nostro tecnico informatico, che si trovava a New York nei giorni in cui io ero in California. Ci siamo raccontati vari aneddoti sulla nostra permanenza in città. Questo mi ha ricordato quanto New York mi abbia fatto sentire a casa. La mattina che ho preso l’aereo per Los Angeles ho rivisto durante il decollo Manhattan in lontananza. Era quasi come se la vacanza fosse finita lì, e invece non era nemmeno a metà. E poi anche durante il viaggio di ritorno, facendo scalo a Nework in serata, vedendo la vista della città illuminata in lontananza con la baia e la Statua della Libertà, ricordo di aver avuto nessuna voglia di salire sull’aereo per Milano.
Poi però ci sali veramente, sei subito sull’oceano, e quasi senza rendertene conto vedi le Alpi, e vuol dire che sei a casa.

Postato da: clarke a 12:55 | link | commenti (13)

domenica, 05 novembre 2006
Lui senza testa e senza fisico

Increscioso e degno della peggiore Trash-TV l'episodio avvenuto qualche giorno fa nella trasmissione di Santoro, durante la quale qualcuno ha chiamato la giornalista israeliana Rula Jebreal "gnocca senza testa".

Sorvoliamo poi sul fatto che pur essendo la televisione di oggi piena di Valerie Marini e Loredane Lecciso varie pronte su un piatto d'argento per frasi del genere, l'intelligentone che l'ha detta ha invece pensato bene di prendere di mira una delle poche giornaliste rimaste.

In ogni caso è partito subito il toto-chi_l'ha_detto, lanciato da Striscia la Notizia, per scoprire chi è stato a pronunciare la frase.

Sarò io che prendo una cantonata, ma a me sembra che c'è ben poco da fare gli Sherlock Holmes. Quella è palesemente la voce di Brunetta. O no??

http://www.tvblog.it/post/3465/gnocca-senza-testa

 

UPDATE: Le indagini di Striscia la Notizia sembrano dimostrare che non è lui. Ho preso un granchio!

 

 

Postato da: clarke a 17:22 | link | commenti (12)

venerdì, 03 novembre 2006
Idioti incompetenti

Voglio dire, io prendo uno stipendiucolo minimo.
Adesso, per un errore della segreteria amministrativa, una delle mensilità se ne andrà in tasse che NON AVREI DOVUTO PAGARE.
E sembra che l'errore non sia nemmeno risolvibile.
E parlano di "incomprensione" fra me e loro.
Incomprensione è quando qualcuno ti spiega una cosa e tu capisci fischi per fiaschi.
Quando tu invece gli chiedi più volte con chiarezza e circostanziatamente come funziona la data questione e loro ti rispondono "non si preoccupi, funziona così, lei non deve chiedere l'esenzione da questa tassa, perché è già esente", e poi un anno dopo ti mandano un bollettino da 800 euro, e tu gli chiedi spiegazioni e ti rispondono "le cose invece stanno cosà, chi le ha detto che stavano così?", a casa mia questa non si chiama INCOMPRENSIONE.
Un mese di stipendio.

Postato da: clarke a 12:43 | link | commenti (10)